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Le relazioni commerciali bilaterali non sono più un acceleratore. Sono diventate un sistema di gestione del rischio paese.

by Tatiana Frascella
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Le relazioni commerciali bilaterali non sono più un acceleratore. Sono diventate un sistema di gestione del rischio paese.
Le relazioni commerciali bilaterali non sono più un acceleratore. Sono diventate un sistema di gestione del rischio paese.

Le relazioni commerciali bilaterali non sono più un acceleratore. Sono diventate un sistema di gestione del rischio paese.

Per un quindicennio le relazioni commerciali bilaterali sono state raccontate alle imprese italiane in un certo modo. Erano la piattaforma che riduceva i dazi, armonizzava gli standard, proteggeva la proprietà intellettuale, e in generale rendeva più semplice esportare. La narrativa era ascendente: più accordi, più export, più crescita. Era un modello plausibile in un mondo che si supponeva orientato verso una integrazione crescente, e per anni i numeri sembravano confermarlo. L'export italiano ha attraversato una fase di espansione sostenuta nel periodo post-pandemico, e la traiettoria sembrava dare ragione a chi aveva costruito un'intera retorica intorno alla globalizzazione virtuosa.

Quel mondo è finito. Non è finito teoricamente, è finito operativamente. L'introduzione di regimi tariffari rilevanti sulle merci europee dirette verso gli Stati Uniti, il riassetto delle alleanze commerciali in aree strategiche, le tensioni geopolitiche che attraversano contemporaneamente più macroregioni — Mediterraneo orientale, Medio Oriente, Indo-Pacifico, Europa orientale — hanno introdotto nella pianificazione export una variabile che fino a pochi anni fa stava in secondo piano: il rischio politico come componente strutturale del costo di accesso al mercato.

Lo scenario in cui le imprese italiane si muovono adesso non è quello di accordi bilaterali che aprono mercati. È quello di accordi bilaterali che si rinegoziano sotto pressione, con regole che possono cambiare dentro l'anno solare. La domanda che un imprenditore si pone oggi non è "come sfrutto questo accordo", ma "quale accordo regge nei prossimi diciotto mesi, e cosa faccio se non regge".

Da acceleratore a infrastruttura di tenuta

La trasformazione concettuale è più importante di quella numerica. Una relazione bilaterale era uno strumento per andare più veloci nei mercati che già si conoscevano. Oggi è il sistema operativo che permette di non perdere quote di mercato quando le regole cambiano.

Cambia il modo in cui un'impresa la valuta. Fino a pochi anni fa, scegliere un mercato target voleva dire chiedersi se l'accordo bilaterale tra Italia e quel paese fosse vantaggioso. Oggi vuol dire chiedersi quanto è stabile l'accordo, chi lo ha negoziato, quanto facilmente può essere riaperto, in quali scenari geopolitici verrebbe sospeso, e — più importante — cosa succede al tuo flusso commerciale se viene sospeso domani.

Un esempio chiaro arriva dal Medio Oriente, dove un'area che era diventata uno dei poli più dinamici per l'export italiano di fascia alta è entrata in una fase di rischio geopolitico permanente. Le imprese italiane che vendono in quell'area stanno gestendo simultaneamente due cose: una domanda che resta forte e un contesto regionale instabile che può alterare logistica, energia e accesso al mercato da un trimestre all'altro. È una condizione che vale anche per altre aree strategiche: il rischio politico è entrato dentro la pianificazione export come variabile permanente, non come scenario alternativo. Una conversazione che era annuale è diventata mensile, e per chi ha esposizioni significative anche settimanale.

Tre cose sono cambiate in modo strutturale nelle principali relazioni bilaterali dell'Italia, e meritano di essere lette una per una.

Cosa è cambiato del rapporto Italia-USA

Il mercato statunitense è stato per decenni il riferimento dell'export italiano di fascia alta. Vino, moda, lusso, agroalimentare di qualità, meccanica di precisione — tutto trovava in America un mercato disposto a pagare il premium del Made in Italy senza eccessive negoziazioni di prezzo. La logica funzionava, e per le imprese era diventata una rendita di posizione.

L'introduzione di regimi tariffari rilevanti sulle merci europee ha messo questa rendita sotto pressione. Quello che è successo nei mesi successivi va raccontato senza scorciatoie. L'Italia ha mostrato una resilienza superiore a quella di molte altre economie europee — la fascia premium tollera meglio l'aumento di prezzo, alcuni settori hanno ottenuto esenzioni parziali, e una porzione significativa delle imprese importatrici americane ha avuto i margini per assorbire le tariffe senza trasferirle ai consumatori finali.

È una resilienza che va letta con due occhi diversi. Da un lato dice che la qualità del Made in Italy nei segmenti alti regge anche sotto pressione tariffaria, e questa è una buona notizia strategica. Dall'altro dice che le imprese italiane stanno assorbendo un costo che prima non avevano — e quel costo, alla lunga, eroderà i margini se il regime tariffario resterà in vigore. La domanda non è se l'Italia regge oggi, è quanto può reggere se la situazione si stabilizza su questi livelli per anni.

Per le imprese, le implicazioni operative sono concrete. Le scelte di pricing per il mercato USA vanno ripensate considerando il dazio non come un'eccezione temporanea, ma come una componente strutturale del costo di accesso. Le scelte di partnership locale — distributori, importatori, joint venture — diventano più rilevanti, perché in un contesto di margini compressi la qualità del partner pesa di più. E le decisioni di investimento — aprire o no un magazzino negli USA, costituire o no una filiale locale per superare almeno in parte la barriera tariffaria — non sono più rinviabili a "quando avremo più volumi".

Cosa è cambiato del rapporto Italia-Cina

La narrativa sull'export italiano in Cina è stata oscillante per quasi un decennio. C'è stata l'enfasi sulla Belt and Road, l'adesione italiana, il successivo ritiro, le tensioni e poi i riavvicinamenti graduali. Oggi il quadro è più stabile di quanto sembri, ma è stabile su livelli che vanno letti con onestà.

L'interscambio bilaterale è in crescita e la Cina si conferma il principale partner commerciale dell'Italia in Asia. Il Made in Italy continua a essere apprezzato in particolare nei settori della moda, della meccanica, della farmaceutica e della chimica. Sono dati reali, e raccontano un mercato che le imprese italiane di fascia alta continuano a presidiare con successo.

Il problema è lo squilibrio. La bilancia commerciale tra Italia e Cina è da anni significativamente sbilanciata a favore degli esportatori cinesi, e il riequilibrio dichiarato come obiettivo strategico non ha sostanzialmente modificato la traiettoria. La struttura del rapporto resta quella di un partner che importa da noi prodotti di alta gamma in volumi importanti ma contenuti, e ci vende prodotti industriali e manifatturieri in volumi molto maggiori.

Quello che è cambiato è il nuovo asse della cooperazione: minerali rari e magneti. È stato firmato un accordo che prevede la fornitura cinese di materiali strategici necessari alle produzioni italiane che ne dipendono, in cambio di facilitazioni sul piano degli scambi culturali e formativi. È un accordo di natura diversa da quelli del passato — non è uno strumento per spingere l'export italiano, è uno strumento per garantire la continuità delle filiere produttive italiane che dipendono da materiali strategici di provenienza cinese. La cooperazione si sposta dal commercio puro alla resilienza industriale, ed è un cambio di paradigma che vale la pena leggere.

Il vero asse strategico nuovo: mercati emergenti

L'evidenza più interessante degli ultimi anni non è cosa è successo con USA e Cina. È dove si sono spostate le imprese italiane quando le rotte tradizionali hanno iniziato a complicarsi. L'export italiano verso i mercati extra-UE cresce a ritmi superiori alla media generale, e questa crescita non è uniforme — si concentra su un numero limitato di aree che meritano attenzione strategica.

Quattro blocchi geografici stanno assorbendo questa nuova spinta, ciascuno con caratteristiche specifiche.

Il Medio Oriente — Emirati, Arabia Saudita, e altri mercati del Golfo — è oggi uno dei mercati emergenti più maturi per l'export italiano di fascia alta. Settori che performano: lusso, moda, design, food premium, tecnologia costruttiva green, sanità privata. La fase di rischio geopolitico regionale richiede una gestione attiva, non un'attesa passiva — chi entra adesso lo fa sapendo che è un mercato che va presidiato dentro la complessità, non dopo che la complessità si sarà risolta.

Il Sud-Est asiatico è il mercato emergente più sottovalutato dalle imprese italiane medie. Vietnam, Indonesia, Filippine, Thailandia stanno crescendo a ritmi che l'Europa non vede da decenni, hanno classi medie urbane in espansione, e hanno minor saturazione competitiva rispetto a Cina e India. Settori dove l'Italia ha vantaggi naturali: meccanica industriale, agroalimentare premium, moda, design.

L'America Latina — in particolare Messico, Brasile e parte della regione andina — sta beneficiando del nearshoring dagli Stati Uniti. Per l'Italia rappresenta un'opportunità in settori dove la concorrenza diretta cinese è meno aggressiva: meccanica strumentale, componentistica industriale, agroalimentare specialistico.

L'Africa subsahariana è il mercato più difficile da leggere e quello con il potenziale di lungo periodo più alto. I tempi di costruzione di presenza commerciale sono lunghi — cinque, sette, dieci anni — e richiedono un tipo di pazienza strategica che la maggior parte delle PMI italiane non ha mai praticato. Ma chi entra adesso e regge la curva di apprendimento si posizionerà su mercati che fra dieci anni saranno cruciali.

Cosa fa un'impresa italiana in questo scenario

Le relazioni bilaterali come strumento di gestione del rischio paese richiedono un approccio diverso da quello tradizionale. Quattro mosse operative emergono come ragionevoli.

Diversificare geograficamente come scelta strutturale. Una concentrazione eccessiva su un singolo mercato — anche un grande mercato come gli USA o la Cina — è oggi un'esposizione che il consiglio di amministrazione non può più ignorare. La regola informale che alcune imprese stanno adottando è che nessun singolo mercato extra-UE rappresenti più del 25% del fatturato export totale. È una soglia discutibile, ma il principio sottostante non lo è: se metà del tuo export va in un solo paese e le regole di accesso a quel paese cambiano dentro l'anno solare, sei esposto in modo strutturale.

Costruire competenza interna su geopolitica e accordi commerciali. Non basta più affidarsi a Confindustria, ICE o associazioni di categoria per essere informati. Le imprese che gestiscono internazionalizzazione seria stanno inserendo nei propri team — anche le PMI con fatturati intorno ai dieci o venti milioni — figure specifiche che presidiano l'aggiornamento normativo e geopolitico dei mercati target. Non è un costo, è un'assicurazione sulla pianificazione.

Investire in presenza locale dove l'accordo bilaterale è fragile. Quando un mercato è importante e l'accordo che ne regola l'accesso è instabile, la presenza fisica locale — magazzino, filiale, partner integrato — diventa lo strumento per ridurre la dipendenza dal regime tariffario specifico. Costa di più all'inizio, ma assorbe lo shock quando le regole cambiano.

Mantenere infrastruttura di intelligence sui mercati di riserva. Anche su un paese in cui oggi non si esporta, mantenere un livello minimo di conoscenza aggiornata — chi sono i player, qual è la regolamentazione, chi potrebbe essere un partner — significa potersi muovere in sei mesi anziché in due anni quando le condizioni si aprono. Gli strumenti AI hanno reso questa intelligence di base sostenibile a costi molto bassi rispetto al passato.


Il Made in Italy non smetterà di essere apprezzato all'estero. Ma il modello secondo cui un'impresa italiana sceglieva due o tre mercati esteri all'inizio del decennio e ci lavorava per tutto il decennio appartiene a un'epoca in cui le regole del commercio internazionale erano più prevedibili. In un'epoca in cui le regole cambiano dentro l'anno solare, la capacità di muoversi diventa un asset competitivo almeno pari alla qualità del prodotto.

Le imprese che sanno spostare il proprio mix geografico in dodici mesi anziché in cinque anni saranno quelle che attraverseranno meglio gli anni che vengono.